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domenica 12 gennaio 2014

MANOVRE DI DISOSTRUZIONE PEDIATRICA

Non dimenticatevi mai di ripassare le manovre perché “chi salva un bambino salva il mondo intero”!!!

Un bambino alla settimana in Italia perde la vita per ostruzione delle vie aeree, questo non deve spaventare o allarmare in modo eccessivo, ma purtroppo aprire gli occhi sulla realtà.
In genere non è l’oggetto in sé a provocare la morte i gravi danni al bambino, ma il non saper fare la cosa giusta! Ecco le linee guida internazionali: quando ci si accorge che il bambino non sta respirando, che è diventato scuro in volto, lo dobbiamo invitare a tossire (nel frattempo qualcuno deve chiamare il 118).
Poi bisogna prendere il bambino per la mandibola, posizionarlo a testa in giù sul ginocchio e dargli cinque colpi ben assestati tra le due scapole verso l’esterno. Subito dopo bisogna praticare la manovra di Heimlich: in pratica si fa una compressione addominale a livello dell’epigastrio, in direzione del diaframma. La compressione provoca l’aumento brusco della pressione sottodiaframmatica che si propaga al torace e produce una spinta verso le vie aeree superiori.
Per i bambini questa manovra è consigliata però solo sopra l’anno di età.
La manovra di Heimlich, va alternata ai cinque colpi, fino a quando il corpo estraneo non è fuori e il bambino respira nuovamente bene.

I lattanti, ossia i bimbi fino a 12 mesi, invece, vanno trattati diversamente. Il bambino va preso sempre per la mandibola, ma lo si tiene sul braccio con il viso rivolto verso il pavimento e si applicano, anche in questo caso, i cinque colpi ben assestati. Poi lo si gira e si effettuano cinque compressioni al centro del torace; le due manovre vanno sempre alternate.



Ecco due video da guardare!


 


venerdì 10 gennaio 2014

MORDERE AL NIDO

Al nido spesso succede che i bambini vengano morsicati dai loro compagni. La prima conseguenza è la mortificazione delle educatrici e successivamente la rabbia dei genitori che pensano che il proprio bambino non sia stato accudito a dovere. Gli adulti spesso drammatizzano la situazione mentre i bambini dimenticano subito l’accaduto e tornano serenamente a giocare con il piccolo amico “aggressore”.Ecco allora qualche riflessione sul significato del mordere per un bambino da 0 a 3 anni.
Il mordere di solito per il bimbo sull'anno di età è un modo per scoprire quello che lo circonda. Già dai sei-otto mesi di vita il lattante porta tutto alla bocca: questo è il modo migliore per scoprire e riconoscere gli oggetti, la loro forma, il loro sapore e odore. La bocca rimane lo strumento attraverso il quale il bimbo conosce il mondo circostante. Dopo l'anno il piccolo incomincia a capire che il mordicchiare attira la simpatia di mamma e papà; allo stesso modo il bambino più grande può utilizzare il morso per attirare l'attenzione degli altri su sé stesso o per scaricare una tensione emotiva. Più il bambino cresce, più il morso viene utilizzato quando c'è frustrazione, cioè impedimento ad una comunicazione più naturale. Bisogna ricordare che i bambini passano subito all’atto e non veicolano le loro emozioni attraverso la razionalità. Un esempio concreto: se il bambino è arrabbiato con il suo compagno che gli ha appena rubato il gioco lo può mordere. In genere fino ai 20 mesi non è ancora in grado di comprendere la disciplina e quindi la rabbia della mamma o delle educatrici fa parte del suo divertimento.


Cosa fare quando un bambino morde?
·         Evitare di ridere o di stare al gioco del bambino
·         Bisogna consolare la vittima, ma anche fare un intervento educativo verso il “morsicatore”, bisogna mantenere la calma ed evitare di far sentire il bambino cattivo perché questo amplifica il problema
·         Esprimere al bambino la contrarietà ai morsi, anche se sono piccoli bisogna dirgli che fa male e fargli vedere il segno
·         Visto che sono nell’età in cui masticano e mettono tutto in bocca concediamogli giochi che possono essere morsicati.
·         Se si valuta che sta per mordere intervenire usando un tono di voce dura, guardandolo negli occhi
·         Non utilizzare sistemi: tipo schiaffi o pizzicotti o morsi perché gli confermerebbe l’idea che il morso serve a far valere i propri diritti e che chi morde è il più forte
·         Se si ha l’abitudine per gioco di mordicchiare il bambino, smettere di farlo in quanto non è in grado di capire la differenza tra morsi affettuosi e quelli aggressivi


giovedì 9 gennaio 2014

GLI EDUCATORI COME RISORSA


Essere risorsa per le famiglie significa, prestare sempre più cura e attenzione a quei momenti, come l’accoglienza e il ricongiungimento, in cui può essere messa in atto una comunicazione circolare (genitore, bambino, educatore), non casuale, ma consapevolmente programmata. È in queste occasioni che l’educatrice può, osservando la relazione della coppia bambino/genitore, “dare voce” a quei comportamenti del bambino che, a volte, vengono letti dal genitore in modo inadeguato, perché deviati dall’ansia e dalla preoccupazione.
Riflettere e mettere in atto atteggiamenti, strategie, scelte educative da parte delle educatrici, in quelle occasioni in cui i tre soggetti attivi del nido sono presenti contemporaneamente, può aiutare il genitore a cogliere la diversa modalità di relazione dell’educatrice nei confronti del suo bambino e consente all’educatrice stessa di rendere comprensibili agli occhi del genitore gli atteggiamenti del bambino, nella relazione con i coetanei, l’educatrice e il genitore (i pianti, i morsi, i rifiuti, ecc.).
L’educatrice risorsa per le famiglie, riesce a mettersi nei panni dei genitori, dimostrando chiaramente la sua accettazione nei confronti della mamma e del papà, manifestandola tramite azioni, parole, comportamenti. L’educatrice che sa provare empatia è capace di: “avere familiarità con una vasta gamma di sentimenti, guardare con la mente e non solo con gli occhi, riconoscere la parzialità del proprio punto di vista” (Stradi, 2001).
Saper ascoltare quanto ai genitori sta a cuore, capire i sentimenti e i significati nascosti nel messaggio che viene inviato, riconsegnare la propria interpretazione senza aggiungere o togliere nulla, costituisce una fase utile per mettere a fuoco i problemi. “Mettersi nei panni” dei genitori significa esprimere professionalità, sapendo indagare le dinamiche e le modalità di risposta ai problemi della vita affettiva e relazionale.

Tratto da Mondozero3 n. 6 Maggio-Giugno 2009
(R. Bosi, Pedagogia al nido, Carocci Roma 2002, D. Schön, Il professionista riflessivo, Dedalo, Bologna 2002, M.C. Stradi, Dialogo insegnanti-genitori, Junior, Bergamo 2001).



L'EDUCATORE AL NIDO



I “compiti” degli educatori sono:
·    Assistenza e cura: favorire l'autonomia nel bambino garantendo la sicurezza dell'ambiente che lo ospita, favorire l'autonomia nel bambino garantendo un adeguato rapporto tra educatori e bambini, garanzia dei ritmi fisiologici di sonno, veglia, alimentazione ed igiene nel rispetto dei ritmi personali, favorire nel bambino un approccio sereno e “curioso” al cibo, al sonno e al controllo sfinterico
·   Socializzazione: favorire la relazione fra bambini e bambini, favorire la relazione fra bambini ed educatori, favorire lo scambio tra età diverse
·    Educazione: promuovere il naturale processo di conoscenza e curiosità nel bambino attraverso la predisposizione di spazi e materiali che favoriscano l'esplorazione e la conoscenza, promuovere lo sviluppo nel bambino favorendo i processi di cambiamento, favorire i processi imitativi attraverso la predisposizione di spazi e materiali per il gioco simbolico
·        Sostegno alla genitorialità: promuovere la collaborazione nei genitori invitandoli ad una collaborazione attiva e propositiva, favorire lo stabilirsi di rapporti positivi tra gli adulti all'interno del servizio, attivazione di percorsi formativi per i genitori, promozione di momenti di confronto tra adulti dove condividere ed elaborare risposte comuni ai problemi che interessano l'esperienza dell'essere genitori


L’educatore
·         prima esplora la situazione
·         in seguito, imposta il problema, elabora delle ipotesi di soluzione sulla base delle proprie conoscenze teoriche e dell’esperienza
·         quindi tenta di modificare la situazione con alcuni interventi pratici e concreti
·      infine, verifica se l’ipotesi messa in atto ha portato dei cambiamenti, analizzando la risposta fornita dalla situazione modificata.

La figura dell’educatore, nel contesto dell’asilo nido, rappresenta un momento fondamentale per il processo formativo del bambino durante la prima infanzia, perché è all’interno della relazione che si instaura tra l’educatore e il bambino che può nascere l’origine della socialità e della legalità, basata su un confronto arricchente e sempre unico che porta il bambino ad una maggiore sicurezza in se stesso e lo aiuta ad aprirsi alla relazione con gli altri; una relazione basata sul rispetto dell’altro, sulla scoperta del diverso, rappresenta un presupposto indispensabile affinché possa svilupparsi quell’atteggiamento di fiducia e di integrità. 
Dare dignità e valore alla professionalità dell’educatore al nido è un modo per capire e valorizzare il momento delicato ed essenziale della formazione, di cui l’educatore è responsabile, significa dare valore ad un ruolo che, troppe volte, è stato preso in ben poca considerazione e che invece tanto può contribuire alla formazione dell’uomo e del cittadino di domani.
Infatti, nella nostra società dalle caratteristiche complesse e mutevoli, “la professione dell’educatore di asilo nido si può configurare come un ruolo culturale ed educativo dinamico e complesso, che si propone come interlocutore privilegiato della famiglia e di altre agenzie educative del territorio in cui opera e con esse cresce contribuendo a costruire una cultura dell’infanzia in grado di contestualizzarsi e storicizzarsi” (B. Morsiani, B. Orsoni in P. Bertolini(a cura di), Nido e dintorni, La Nuova Italia, Firenze 1997).


La professionalità dell’educatore al nido si crea a partire da una approfondita riflessione sul mondo dell’infanzia e dei suoi bisogni di conoscenza, comunicazione, espressione; allo stesso tempo, l’educatore deve maturare una buona capacità di mediazione tra la cultura e il vissuto del bambino, deve possedere una buona capacità di mettersi in gioco e di ripensarsi continuamente alla luce delle esperienze fatte e dei possibili errori commessi, deve essere capace di collaborare con i colleghi, le famiglie e soprattutto con le risorse presenti nel territorio.


Emma Rossi delinea alcuni punti che caratterizzano la professionalità dell’educatore (E. Rossi, Un nido per volare, Magi, Roma 2002) :
·         l’attenzione all’inserimento graduale del bambino
·      la riflessione sulla delicatezza della condivisione delle cure fra famiglia e nido, nel rispetto della centralità della famiglia e della storia personale di ogni bambino
·        l’osservazione del bambino, finalizzata ad accompagnarlo nel suo percorso di crescita individuale, favorendo il consolidarsi della sua identità ed espressione del sé, attraverso il gioco e altre attività educative
·         la tensione verso un’articolazione del proprio lavoro capace di tenere conto dei bisogni del bambino, ma anche di sostenere i genitori, accettando le emozioni spesso contraddittorie che accompagnano il primo processo di autonomia e distacco fra bambini e genitori
·         la capacità a progettare l’ambiente e di proporre esperienze che assecondino lo sviluppo sociale e cognitivo, secondo i ritmi di ogni bambino.

Quando tale ruolo è pazientemente e accuratamente costruito, anche attraverso una formazione permanente a livello sia individuale che di gruppo, si giunge al consolidamento di una professionalità specifica, attenta nel contempo al bambino e alla sua famiglia, consapevole delle complesse dinamiche relazionali quotidianamente messe in atto fra sé e il bambino/bambini, con le colleghe del collettivo e con le famiglie; si delinea una professionalità capace di operare una sintesi tra i diversi ambiti: un sapere, di cui l’educatore è portavoce, che non guarda solo a tecniche e metodologie, ma che si esplica anche in un “saper essere”, in un “saper interagire”, in un “saper fare”: è utile ricordare che lo studio e l’approfondimento sono la base indispensabile del lavoro educativo.

Cosa ne pensate del vostro ruolo?



martedì 7 gennaio 2014

E SE AL NIDO ARRIVANO DUE (O PIU’) GEMELLI???

Nella vostra esperienza di educatrici può esservi capitato di avere a che fare con dei gemelli. O, se non vi è ancora successo, potrà succedervi in futuro. Vediamo però quali sono gli aspetti interessanti su questa situazione particolare che possiamo incontrare nel nostro lavoro.

Il compito fondamentale del nido è quello di facilitare lo sviluppo del bambino andando incontro ai suoi bisogni e a quelli dei genitori. Nel caso dei gemelli ciò significa facilitare in ognuno di loro lo sviluppo di una specifica personalità trattandoli come individui distinti.

Il nido, nella maggior parte dei casi, è per i bambini la prima esperienza di società, di contatto con altri bambini e adulti. Per i gemelli invece (abituati sin da quando erano nell’utero, a dover dividere ogni cosa, ad aspettare il proprio turno per ricevere cure, attenzioni, ecc…) è la prima occasione per allargare la stretta relazione gemellare a qualcuno che non sia il fratello gemello. I gemelli in genere si adattano rapidamente all'asilo ed alla compagnia degli altri bambini ma può anche capitare che il trovarsi con bambini sconosciuti e di differenti età, porti allo spavento tanto da ricercare la sicurezza dell'altro e rifiutare di essere separati. Di solito comunque, andare all’asilo con il proprio gemello, permette al bambino di vivere con più serenità l’esperienza del nido perché ha il vantaggio di non essere mai solo in questa nuova avventura.

La questione più complicata rimane la solita: tenere i gemelli nella stessa sezione o separarli? Innanzitutto è da dire che, come in ogni situazione educativa, tutto dipende dal caso particolare. Non si può stabilire una regola a priori. Si deve analizzare il caso specifico e poi prendere una decisione mirata, che va bene solo per quel caso e per quei bambini. Ci sono però delle cose da tenere a mente.





1)      Per i gemelli, nei primi anni di vita, è importante sia rimanere assieme per costruire quel legame comunque unico che solo i gemelli possono avere, ma anche separarsi per evitare che questo legame speciale diventi morboso e li soffochi.
2)      Nessuno è più abile dei gemelli a cooperare per giocare o fare altro. Sono in genere molto più avanti degli altri bambini nello sviluppare delle competenze di gioco interattivo e nel cooperare.
3)      Ogni coppia di gemelli ha le proprie preferenze. Occorre cercare di capire se i bambini preferiscono rimanere assieme o separati.
4)      Solitamente è meglio dividere i bambini se uno tende a prevaricare sempre sull’altro, parlare al posto suo, ecc…

Andare al nido aiuta anche a non incorrere in alcuni dei problemi tipici dei gemelli, ovvero:
  • problemi di identificazione
  • criptofasia (il “linguaggio segreto” dei gemelli)
  • difficoltà a instaurare una relazione con gli altri bambini perché per loro c'è meno novità nell'interagire con un bambino.
Le buone pratiche nel lavoro delle educatrici sono quindi:
  • Non chiamare mai i bambini “i gemelli” o “le gemelle”, ricordando che i bambini sono unici, anche nella gemellarità
  • Favorire il processo di individuazione-separazione (che inizia attorno ai 9-10 mesi), più facile per gemelli di sesso diverso o per gli eterozigoti
  • Predisporre momenti in cui lavorare espressamente con i bambini per aiutarli a identificarsi (per esempio il gioco del “chi c’è oggi al nido?” dopo l’accoglienza in cui proprio attraverso un gioco i bimbi imparavano a riconoscere sé stessi e gli altri in foto trovando chi è presente e chi manca) e stimolare lo sviluppo dell’individualità, promuovendo le differenze
  • Nel caso i bimbi si assomiglino molto, chiedere ai genitori tutti gli elementi fisici e di carattere per imparare a distinguerli
  • Chiedere ai genitori di vestirli sempre diversi, cercando magari di adottare uno “stile” che faciliti ulteriormente il riconoscimento
  • Assegnare loro cassettine o armadietti separati
  • Se uno dei due gemelli non può venire al nido, invitare i genitori a portare comunque l’altro
  • Valutare caso per caso, con l’aiuto della psicopedagogista, se sia meglio tenere i gemelli nella stessa sezione o separarli
  • Porre molta attenzione se uno dei gemelli tende a prevalere sempre sull’altro, lasciandolo in ombra
E per concludere, le magnifiche parole di Gibran: 
“Voi siete nati insieme e insieme starete per sempre.
[…] Ma vi sia spazio nella vostra unione,
E tra voi danzino i venti dei cieli.
[…] Amatevi l'un l'altro, ma non fatene una prigione d'amore:
Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.
[…] Cantate e danzate insieme e state allegri, ma ognuno di voi sia solo,
Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale.
[…] E siate uniti, ma non troppo vicini;
Le colonne del tempio si ergono distanti,
E la quercia e il cipresso non crescono l'una all'ombra dell'altro”


mercoledì 25 dicembre 2013

CANZONCINE AL NIDO

Avete esaurito la vostra riserva di canzoni e filastrocche per i vostri bimbi? Forse i video di queste nostre colleghe potrebbero aiutarci a trovare nuovi spunti interessanti!!


Questo è il link per il canale di Greta, mentre quest'altro è il canale di Coccole Sonore!!






Divertitevi ad ascoltare!!!

domenica 22 dicembre 2013

E…COM’É L’AMBIENTAMENTO IN SVEZIA??



A noi potrà sembrare molto strano ma….l’ambientamento al nido in Svezia dura solamente 3 giorni ed è di tipo intensivo!!! In pratica, per tre giorni interi, dalle 9 alle 15, bambino e genitore stanno assieme al nido. Il genitore partecipa a tutte le attività, mangia lo stesso cibo del bambino, dorme con lui sui materassini. Funge quindi da guida all’esplorazione del nuovo ambiente e delle nuove persone che lo popolano. Una mamma italiana che ha vissuto questa esperienza nel suo blog racconta: “A fine giornata ero distrutta, completamente sopraffatta dagli input della giornata” (http://genitoricrescono.com/inserimento-nido-tre-giorni-asilo-svedese/).



Questo tipo di ambientamento è fortemente collegato alla cultura nord europea (dell’indipendenza) e al loro diverso approccio alla vita. Come ben sappiamo, in Italia, l’ambientamento dura circa due/tre settimane, durante le quali si aumenta progressivamente il tempo di permanenza del bambino, mentre si diminuisce il tempo di presenza del genitore. L’ambientamento è sicuramente necessario perché non si può lasciare il bambino in modo brusco, ma forse quello tipico “italiano” rischia di favorire più i genitori che sono insicuri, hanno sensi di colpa e vogliono lasciare il piccolo un po’ alla volta.
Il metodo “dei 3 giorni”, preso all’inizio con molto scetticismo e che ha fatto discutere su quotidiani, riviste e internet, è stato poi accolto con molto entusiasmo sia da educatori che da genitori svedesi. Il metodo è fondato sulla concezione che il bambino piccolo è senso-motorio. Vuol dire che per lui ciò che vede è anche presente, ciò che non vede non è presente. Lo psicologo Maniero afferma: “Un bambino con meno di 24 mesi non cerca ciò che sparisce dal campo visivo e non pensa che possa essere da un’altra parte, semplicemente perché non è in grado di rappresentarlo mentalmente in sua assenza. Quindi, il genitore deve andare via e non tornare indietro: lui subito piangerà ma dopo qualche minuto smetterà perché non lo vede più”. Inoltre i bambini piccoli non hanno il senso del tempo, non percepisco la differenza tra un’ora e un giorno. Quell’aumentare graduale del distacco quindi, da 5 minuti a mezzora a un giorno intero, non è che cambi molto al bambino che sente la mancanza del genitore ed è forse vero che l’aumentare gradualmente serve più al genitore. Inoltre inserire il genitore in toto nelle attività del nido gli permette di conoscere e quindi accettare l’ambiente in cui il figlio passerà la maggior parte della sua giornata. E se un genitore è tranquillo, è più facile che trasmetta tranquillità al figlio e “invece di salutarlo la mattina fingendo un sorriso e pensando ti-prego-non-piangere-o-piango-anche-io, lo lascia sapendo che quel posto è un bel posto, perché lui c’è stato, l’ha vissuto per 3 giorni interi e si è convinto che andrà benissimo” (Serena su http://genitoricrescono.com/inserimento-nido-tre-giorni/).
Una provocazione, quella dell’ambientamento in 3 giorni, stravolgente che potrebbe far cambiare qualcosa anche in Italia, o almeno far iniziare qualche riflessione in merito.


Fonti: dottor Alessandro Manieri, psicologo dell’età evolutiva su http://www.bimbisaniebelli.it/mamma-e-famiglia/bebe/puericultura/consigli-pratici/inserimento-al-nido-o-allasilo-serve-davvero e siti http://genitoricrescono.com/inserimento-nido-tre-giorni-asilo-svedese/ e http://genitoricrescono.com/inserimento-nido-tre-giorni/

sabato 21 dicembre 2013

QUANTI DIVERSI TIPI DI AMBIENTAMENTO?



Nei nidi sono diffusi diversi tipi di ambientamento:

  • a goccia, che prevede di inserire 1-2 bambini alla volta e di iniziare con un altro solamente quando i precedenti hanno completato il percorso. Nel caso ci fossero molti ambientamenti, questo approccio non lascia molto tempo ad ogni diade, oltre ad essere una modalità di lavoro centrata sull’adulto  e riguardante soprattutto il rapporto educatore-bambino.

  • a strati, quando si inizia con un gruppetto di bambini e quando questi sono a buon punto, inizia un altro gruppetto. Sono quindi presenti contemporaneamente bambini che si trovano in diverse fasi dell’ambientamento.

  • a pacchetto, che prevede l’ambientamento di 6-8 bambini assieme, puntando sul rapporto tra pari e sulla socializzazione sia dei bambini che dei genitori.

L’ambientamento di gruppo consentirebbe di: disporre di tempi reali ed adeguati, complessivamente più lunghi per ciascuno bambino (sia per la fase iniziale che per quella di consolidamento); creare relazioni fra genitori; concentrare le attenzioni delle educatrici sui bambini; gestire in modo più flessibile e personalizzato ciascun percorso. L’ambientamento individuale invece sembrerebbe più adatto per i lattanti e per le realtà più piccole.

Comunque… Non importa quale si scelga, basta che l’ambientamento non sia considerato una semplice routine automatica e uguale per tutti ma una pratica delicata che necessita di un’osservazione delle caratteristiche individuali e dei bisogni dei bambini nella consapevolezza che i comportamenti e le reazioni variano da bambino a bambino, anche in rapporto all’età. Qui sotto un esempio di indicazioni per l’osservazione durante l’ambientamento.

venerdì 20 dicembre 2013

IL RICONGIUNGIMENTO

Al pomeriggio o alla sera, il bambino ha bisogno di gradualità per affidarsi al genitore, difatti tende ad assumere atteggiamenti diversi: esitando o rifiutando il genitore, fuggendo e facendosi rincorrere, finendo quello che stava facendo, mostrando al genitore quanto fatto durante la giornata, avvicinandosi e abbracciando il genitore; quest’ultimo non deve perdere la pazienza, anche perché egli stesso deve ritrovare il proprio ruolo.


Tre elementi focali sono:
  •  la valenza educativa dell’uscita data dal passaggio tra la realtà della’asilo nido e quella esterna, con i cambiamenti di relazioni, bisogni, oggetti, spazi e tempi
  • un’occasione di rapporto individualizzato con il bambino nel quale si può aumentare il contatto fisico, la vicinanza, offrendo empatia a ciascun bambino.
  • un’occasione di rapporto individualizzato con il genitore, dove è focale la comunicazione perché si racconta la giornata trascorsa al nido per la condivisione delle esperienze


Per evidenziare al bambino il momento di passaggio, permettendogli quindi di prepararsi psicologicamente ed emotivamente, è consigliabile per le educatrici:
  •      connotare in maniera chiara, precisa e prevedibile il momento di uscita
  •      progettare una durata sufficiente
  •     prevedere un tempo sufficiente sia per l’esplicarsi delle relazioni genitore-bambino-educatrice, sia       per le comunicazioni genitori-educatrice
  •      considerare che possono verificarsi ritardi imprevisti
  •     creare una situazione di gioco calmo o comunque di tranquillità, permettendo ai bambini di muoversi

giovedì 19 dicembre 2013

IL RIPOSO

La Nanna, Sonno o Sonnellino è un bisogno primario e la sua soddisfazione è necessaria per il benessere e l’equilibrio del bambino che deve:
  •        Avere sonno
  •       Essere in un ambiente sicuro e tranquillo
  •       Sentirsi contenuto
  •       Prevedere un rituale di addormentamento (ninne nanne)
  •       Includere gesti estremamente affettivi (coccole, carezze, massaggi)  

È un momento che più di altri implica il contatto fisico e corporeo tra educatore e bambino, è una sorta di abbandono tra le braccia dell’educatore, senza la presenza rassicurante dei genitori.
Un buon riposo è infatti, un indicatore positivo dell’efficacia del nostro agire educativo e dell’effettivo benessere dei bambini al nido.

I fattori chiave per il sonnellino sono tre:
·       Fiducia, è la base che permette ai bambini di passare da una fase di veglia ad una di sonno in modo facile e naturale
·       Sensibilità perché le educatrici devono porre attenzione ai segnali inviati dai bambini e provvedere al loro bisogno di dormire. In genere i segnali più evidenti sono: occhi che si chiudono sempre più a lungo, sbadigli, sfregamento d’occhi, scivolamenti di lato ed un generale rallentamento corporeo: il bambino sembra “addormentarsi” lì dov’è!
Un segnale che può essere difficile da decifrare è il pianto da sonno
·     Ambiente familiare, sicuro e confortevole, pertanto deve esserci una stanza appositamente adibita con culle o lettini, isolata dai rumori e senza la presenza di colori vivaci o elementi di disturbo; le educatrici dovrebbero far dormire ogni bambino nello stesso posto e nella stessa culla ogni giorno (per la creazione e l’aumento della fiducia).




Capita che ci siano dei bambini che manifestano delle resistenze durante la routine della nanna, allora le educatrici devono essere in grado di distinguere il bambino che ha bisogno di dormire e quello che non ha bisogno, per questo è necessario conoscere i bambini e la loro storia relativa al dormire. Se il bambino è agitato, tende ad opporre resistenza al sonno, anche se in realtà ne ha bisogno: in questo caso bisogna cercare di individuare il motivo, insistendo che stia a letto; certo il bambino continuerà per un po’ a rifiutare, ma le educatrici possono sedersi accanto e insistere con atteggiamento verbale e non verbale calmo e fermo. Mostrarsi preoccupate o irritate porta il bambino ad innervosirsi e svegliarsi di più! Importante è comunque capire i possibili motivi parlando con i genitori.